Too big to fail. Troppo grande per fallire. Un concetto che si è applicato fino a oggi ad aziende e banche di dimensioni tali da costringere il sistema a salvarle. O meglio, lo stato. Questo perché un fallimento delle aziende too big to fail finirebbe per causare devastazione anche nel resto del mondo dell’economia e della finanza. Eric Balchunas ha traslato questo concetto – in modo assai interessante – all’intero mercato azionario USA. Con più della metà della popolazione che ha i propri risparmi investiti sull’azionario, non ci si può permettere che fallisca.
Sono circa il 56% gli americani che hanno investimenti in azioni. Spesso sono investimenti legati ai piani 401k, ovvero le future pensioni una volta che avranno smesso di lavorare. A questa percentuale si aggiungeranno bambini e neonati che saranno destinatari dei cosiddetti Trump account, un conto da 1.000$ in azioni destinato al loro futuro. La percentuale, dice Eric Balchunas, arriverà fino al 70%. E può uno stato oggettivamente permettersi che tali risparmi affrontino un bear market prolungato?
Una teoria interessante, che…
La teoria, oltre che essere valida quantomeno per una discussione, è anche interessante. Gli stati e le banche centrali non hanno mai dato dimostrazione di essere disposte al muoia Sansone con tutti i filistei. Al contrario, ad ogni mal di pancia di questo o quel mercato, si sono dimostrati più che pronti all’intervento.
Per i più cinici è il motivo per il quale le crisi diventano sempre più frequenti e sempre più importanti (e dunque bisognose di ulteriori interventi). Balchunas però non ha alcuna intenzione di fare la morale agli stati e alle banche centrali. Si pone una domanda, semplice, su come sia possibile, con un 70% della popolazione americana che ha il patrimonio investito in azioni (o una parte, ma poco cambia) permettersi un bear market importante per durata e/o impatto.
Il nostro ragionamento: il mercato azionario funziona come sistema pensionistico de facto degli Stati Uniti, con il 58% degli americani che hanno azioni, un numero che potrebbe avvicinarsi al 70% mentre i Trump Account aggiungono altri milioni di investitori. Se le azioni diventano molto più centrali per la ricchezza delle famiglie, per il comportamento degli elettori e per la stabilità finanziaria, il costo politico e economico di un bear market prolungato non è mai stato più alto di oggi.
Un ragionamento, permetteteci, che non fa una piega. Se un tempo però i più cinici e complottisti ritenevano che le banche centrali intervenissero a sostegno dei mercati per tutelare gli squali di Wall Street, con questi numeri la situazione cambierà radicalmente. Sostenere il prezzo, il valore delle azioni sarà una missione a tutela delle famiglie e dei risparmiatori. E delle loro pensioni.
Una situazione molto americana
La situazione di cui sopra interessa principalmente, anzi esclusivamente gli Stati Uniti. Secondo i dati diffusi dalla Banca Centrale Europea, in Europa soltanto il 23% della popolazione possiede direttamente azioni. Aggiungendo gli ETF saliamo al 34% circa. I dati sono qui e parlano di un 10% che investe in crypto asset, che però poco ci interessa in questo frangente.

Tra le altre cose, ci sono altri due aspetti. La detenzione di azioni è assai disomogenea. Belgio e Germania hanno numeri molto alti,, Spagna e Francia meno, l’Italia è in linea con Paesi comparabili per ricchezza. Il secondo aspetto rilevante è che in Europa tali prodotti non costituiscono una parte preponderante della pensione o comunque dei risparmi per la vecchiaia.
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