Il mercato tech vive una fase di euforia sull’intelligenza artificiale, ma sotto la superficie è cresciuta una tensione che ha alzato la volatilità. Infatti il Nasdaq a luglio è in calo di oltre il -4%, anche se oggi è in positivo. I giganti del settore stanno spendendo cifre record in capex per costruire data center, e gran parte della spesa è a debito. Il primo nome a pagare questa corsa al credito è Oracle (ORCL), con lo spettro del default che torna d’attualità.
Tensioni su Oracle: il mercato scommette contro
Il costo per assicurarsi contro un default di Oracle (ORCL) ha toccato picchi massimi. Il credit default swap (CDS) a 5 anni ha superato i 200 punti base, il valore più alto degli ultimi 18 anni secondo dati Bloomberg elaborati da BondbloX.

Il dato supera il picco della crisi finanziaria del2008. Un CDS misura quanto il mercato chiede per proteggersi dall’insolvenza di un emittente. Sostanzialmente più sale, più cresce il rischio percepito verso un emittente. Per anni Oracle era rimasta stabile tra 30 e 50 punti base, un profilo creditizio quasi noioso ma sano.
Perché il mercato ha paura: capex AI e debito
La tensione nasce dalla scommessa più grande nella storia di Oracle, con investimenti passati da 21,2 miliardi di dollari a 55,7 miliardi in un solo anno. Per il 2027 la previsione sale tra 90 e 95 miliardi lordi.
Il motore è il contratto di computing con OpenAI, del valore di circa 300 miliardi di dollari. Quell’accordo pesa gran parte dei 638 miliardi di ordini firmati ma non ancora fatturati. Il tutto si riassume in spese vere e ricavi presunti.
Oracle sta costruendo data center ottimizzati per l’intelligenza artificiale e li finanzia con un debito che supera già i 100 miliardi di dollari. Soprattutto pesa la dipendenza da un solo grande cliente (OpenAI) che amplifica il rischio complessivo. Cliente che a sua volta sta lavorando su ricavi e crescita futura presunta.
Il downgrade e il rischio “fallen angel”
Standard & Poor’s ha tagliato l’investment grade di Oracle da BBB a BBB-, ultimo gradino prima di entrare tra gli junk bond. Moody’s non ha ancora seguito, ma mantiene un outlook negativo e la porta a un netto taglio resta aperta.
Circa 120 miliardi di dollari di obbligazioni Oracle si trovano dentro l’indice investment grade statunitense. Un eventuale nuovo declassamento sotto quella soglia costringerebbe molti fondi a vendere, con un effetto contagio sull’intero comparto del credito americano.
Il parallelo con Lehman regge?
Oggi, Oracle ha gli stessi numeri dei CDS del 2008 ma non significa lo stesso scenario del 2008. Lehman Brothers era una banca con leva vicina a 30 volte, un bilancio pieno di mutui subprime e finanziamenti inesigibili.
Oracle è una società operativa con 67 miliardi di dollari di ricavi annui e contratti firmati per centinaia di miliardi. Il suo debito finanzia asset reali e non titoli tossici, pertanto qualcosa di materiale c’è.
Dal livello del CDS si può stimare quanto il mercato ritiene probabile un default di Oracle. Il calcolo dà circa il 13-15% nell’arco di cinque anni. È una stima, che si ottiene dividendo lo spread per la perdita attesa in caso di insolvenza. Con il CDS a 200 punti base e un recupero ipotizzato del 35%, si arriva a circa il 3% di probabilità ogni anno, che cumulato su cinque anni fa appunto il 13-15%. In pratica, intorno a 85 probabilità su 100 che Oracle non fallisca entro cinque anni, e 15 che accada.
Oracle crolla del 65% dall’ATH

Il grafico dell’andamento di Oracle parla chiaro. A settembre 2025 ha toccato il suo ATH a 345,72$, da cui è iniziato il calo con i capex. Oggi quota 121,38$ ed è sotto di circa il -65% dall’ATH. Il mese di giugno ha registrato il peggior ribasso della storia di Oracle con un -35%. La prova decisiva arriva il 14 settembre, con la prossima trimestrale.
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