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Ban Mining cinese in thailandia

Febbre Mining Bitcoin in Thailandia | Imprenditori locali sfruttano il ban cinese

Il collasso del mining Bitcoin in Cina, a causa del ban imposto dalla Repubblica Popolare, ha migliorato la decentralizzazione geografica di $BTC. Questa è la tesi che sosteniamo, corroborata da numeri e fatti, sulle pagine di Criptovaluta.it.

Ora arriva a dare manforte alla nostra posizione un lungo approfondimento di Al Jazeera che si occupa della situazione thailandese, con diversi piccoli e medi imprenditori che hanno approfittato della situazione per acquistare macchine ASIC e metterle a reddito.

Thailandia - corsa al mining. Ecco come sfruttano il ban cinese
Piccoli imprenditori thailandesi a caccia di miner

Certo, siamo lontani dai maxi acquisti di Marathon dei quali abbiamo parlato soltanto ieri, ma si tratta comunque di un ottimo segnale per il network e per la sua salute complessiva. Una situazione che rinforza Bitcoin anche perché impedisce che un hashrate eccessivo sia concentrato in una sola giurisdizione.

Qualche buona nuova arriva anche da paesi dove le libertà economiche non sono esattamente la prima delle preoccupazioni dei cittadini – come ad esempio il confinante Laos – in una corsa al mining Bitcoin che oggi coinvolge diverse realtà emergenti.

I piccoli imprenditori in Thailandia fanno incetta di macchine ASIC

Parliamo di macchine che sono specializzate nel mining Bitcoin e che molti investitori cinesi – tra quelli che non sono riusciti o non hanno voluto trasferirsi – hanno immediatamente immesso sul mercato secondario.

Con investimenti relativamente contenuti – Al Jazeera porta il caso di 30.000$ di spese – diverse realtà thailandesi sono riuscite a mettere in piedi grid di tutto rispetto, che garantiscono già ritorni importanti. Ritorni che hanno permesso – sempre secondo quanto riportato dall’importante network – di coprire le spese in soli 90 giorni.

Certo, è complice anche una discreta annata per Bitcoin in termini di performance di prezzo – con i piccoli miner che sono statisticamente più propensi alla liquidazione immediata di quanto viene minato, ma è comunque un ottimo segnale per il network.

Non soltanto Stati Uniti, dove sembrerebbe che si siano trasferite le imprese più strutturate, ma anche Kazakistan, Iran, Thailandia per l’appunto, insieme ad altri paesi asiatici che possono offrire energia a basso costo, praticamente l’unico fattore di redditività per questo tipo di attività.

Con qualcosa che da tempo si muove anche in Laos, formalmente ancora paese socialista, dove però si guarda con sempre maggiore attenzione a quanto potrebbe essere offerto dal mining di Bitcoin, anche grazie a quantità importanti di energia idroelettrica prodotta.

Il prossimo paese ad andare all in sarà il Laos?

Il Laos è un paese estremamente povero, dove sia gli investimenti in capitale sia le professionalità non sono facilmente disponibili sul mercato. Tuttavia il paese ha costruito negli anni più recenti un gran numero di dighe che sfruttano i corsi d’acqua sul territorio.

È diventato così rapidamente un produttore di energia rilevante, che esporta nei paesi limitrofi, pur rimanendo – date anche le ristrettezze dell’industria locale – con un monte energetico importante ancora da piazzare.

Per questo il paese ha deciso di spingersi ad un’apertura verso il mining Bitcoin, con l’offerta di licenze a basso costo per chi vuole cimentarsi in questo tipo di attivià. Per ora devono però essere garantiti consumi di energia elevata e pagare ulteriori tasse che stanno frenando lo sviluppo del settore. Staremo a vedere: Bitcoin oggi fa gola a tutti, in particolare a quei paesi che possono produrre energia a basso costo, come appunto il Laos.

Info su Gianluca Grossi

Analista per Criptovaluta.it - divulgatore per blockchain, Bitcoin e criptovalute in generale. Solida formazione tecnica, si occupa del comparto dal 2015. Segue da vicino gli ecosistemi di Ethereum, Solana e Fantom.

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