AAVE è bloccata in un circolo vizioso. Sarebbe semplice risolverlo se solo si fosse dotata, la DeFi, di un prestatore di ultima istanza. Sì, come operano le banche centrali nei mercati classici. Suonerà, per molti crypto appassionati come una bestemmia (Noi siamo quelli decentralizzati, Gaucci!) ma il momento giusto per farlo è ora e se non si agirà potremo dire addio non solo alla De, ma anche alla Fi.
Le resistenze contro una sorta di banca centrale DeFi sono tante. La buona notizia è che sono tutte superabili:
- Filosofia e mission: il mondo della DeFi è centralizzato. Una banca centrale o qualcosa che gli assomigli è appunto centrale;
- Organizzazione: il mondo DeFi riesce a coordinarsi con il codice, un po’ meno quando c’è da mettere insieme le tante (bizzarre) teste che lo governano;
- Costi: il capitale speso in assicurazioni è capitale che non si può impiegare fruttuosamente. Questa è una sonora bestemmia nel mondo DeFi, dove il motto è sempre stato move fast e break things. Il problema è che abbiamo forse rotto anche noi stessi.
Il caso per una banca centrale DeFi, da un ultrà del libero mercato e dell’anarcocapitalismo
Una nota personale. Chi vi scrive è un talebano dei mercati. Ritengo che i mercati abbiano sempre ragione, che siano in grado di organizzarsi per conto proprio (senza le ingerenze delle autorità) e ritiene in larga parte dannoso l’intervento di SEC, Consob e authority in ogni forma mai esistita.
Chi vi scrive è forse la persona meno indicata per sostenere la necessità di una banca centrale nel mondo DeFi, mondo che è identificato da un acronimo che sta appunto per finanza decentralizzata.
- La resistenza filosofica non ha senso
Coordinarsi, collaborare, creare dei consorzi non vuol dire centralizzare. Vuol dire auto-organizzarsi per il mutuo soccorso quando necessario. Vuol dire avere potere e capitale per intervenire quando si ferma tutto.
Le libere associazioni esistono ovunque, funzionano anche e soprattutto dove non ci sono ingerenze statali – e un’industria che vuole provare a maturare non può ignorarne i vantaggi per motivi ideologici.
AAVE, Morpho, ma anche Curve, Jupiter, Camino, Raydium, Lido, AAVE, Eigen, Sk, Ether.fi, Spark, Grove, Uniswap, Centrifuge, Falcon, Maple, Compound. Tutti hanno più di 1 miliardo di asset all’interno dei propri protocolli. Con questa quantità di denaro che gira, non ci si può permettere l’osceno teatrino che sta avendo luogo in queste ore.
- Non è difficile da organizzare
Qualunque comparto cerca di auto-organizzarsi per la tutela degli interessi comuni. Esistono associazioni bancarie, associazioni dei trading desk, dei market maker, degli operatori finanziari, dei promotori e più in generale di qualunque tipo di organizzazione abbia interessi da proteggere.
Si obietterà che le banche d’affari, pur essendo in decine di associazioni comuni, hanno comunque bisogno di fronte a grandi crisi dell’intervento delle banche centrali. Ed è vero anche questo. Ma ciò non vuol dire che non ci si può organizzare tra i top per avere un cuscinetto per tutti – e anche per intervenire nei momenti di massima crisi. Il caso di AAVE di questi giorni è emblematico: un problema esterno al protocollo ha portato a una sorta di stallo alla messicana che sarebbe semplice da risolvere se una banca centrale privata della DeFi esistesse e fosse in possesso di fondi adeguati.
- C’è bisogno di meno avidità
Sì, destinare delle somme ad assicurare l’intero comparto è la cosa più intelligente da fare. Ne risentiranno gli introiti, ma è un po’ come la storia della cassetta del pronto soccorso in casa. È perfettamente inutile, fino al giorno in cui ci stava la vita.
I crypto bro e chi anima i loro protocolli non dovrebbero avere problemi a comprendere la possibilità di eventi estremi che possono portare – pur in presenza di asset solidi – a uno stallo che richieda un intervento esterno.
E dato che sono altrettanto bravi a calcolare risk-reward, dovrebbero rendersi conto un po’ tutti che l’ora di giocare in modo più tranquillo è arrivata.
Si farà?
In realtà di voci in tal senso se ne sono sentite diverse. C’è da aggiungere che di fronte a imprese titaniche di questo tipo è molto più facile parlare, proiettare, progettare che poi mettere in pratica.
La speranza di chi vi scrive, ancora una volta un anarchico dei mercati fatto e finito, è che un coordinamento privato possa nascere da un evento che costerà milioni non per i danni di primo impatto, ma per l’impossibilità di intervenire.
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