Sono passati 18 giorni dal fatidico hack di KelpDAO e dal furto di circa 300 milioni di dollari dal bridge del protocollo, con danni che ancora oggi devono essere del tutto smaltiti dall’ecosistema DeFi. Si è discusso molto di sicurezza in questi giorni, di cosa sia andato storto durante l’incidente, e soprattutto di chi sia stata effettivamente la colpa di quanto accaduto.
Dopo un assordante silenzio iniziale, ora Kelp ha finalmente preso una posizione pubblica e ha deciso di puntare il dito contro LayerZero, accusando il partner di essere direttamente responsabile della vulnerabilità alla base dell’exploit. Da qui la scelta di abbandonare il fornitore di bridge cross-chain, per una migrazione a favore del competitor Chainlink, il cui token LINK sta beneficiando di questo passaggio con un pump sui mercati crypto.
Lo scontro tra KelpDAO e LayerZero: tra i due litiganti, Chainlink gode
È in corso una vera e propria diatriba tra KelpDAO e LayerZero, con entrambe le parti che si accusano reciprocamente per l’exploit che ha colpito il protocollo. Il point of failure principale è stato senza ombra di dubbio il bridge Omnichain Fungible Token, basato sulla tecnologia di LayerZero, dal quale l’hacker avrebbe sfruttato una configurazione a singolo verificatore del sistema DVN, riuscendo così a bypassare le misure di sicurezza e sottrarre circa 116.500 rsETH dal protocollo.
Kelp sostiene che questa configurazione (ad un singolo verificatore) fosse stata raccomandata dal team di LayerZero durante le fasi di integrazione, senza aver evidenziato potenziali punti critici. Di contro LayerZero ha affermato che rsETH era stato originariamente configurato per utilizzare un setup multiDVN, ma che il progetto abbia poi scelto autonomamente, seppur esplicitamente sconsigliato, di passare manualmente a un 1/1.
Kelp risponde che la struttura a singolo DVN rappresenti il 47% di tutte le integrazioni basate su LayerZero, sottolineando come si tratti di una pratica ampiamente diffusa tra i clienti del provider cross-chain, mentre la controparte ribatte che sono tutte menzogne ed affermazioni altamente imprecise.
Onestamente, dal punto di vista di chi vi scrive, capire di chi sia stata effettivamente la colpa serve a ben poco a questo punto, a maggior ragione considerando che entrambe hanno contribuito marginalmente alla causa “DeFi United”, con appena 12.000 ETH complessivi su un ammanco totale di oltre 100.000 ETH.
Sia Kelp che LayerZero hanno fatto una pessima figura, mentre l’unico che sembra esserne uscito vincitore dalla faccenda è Chainlink, che – oltre a non essere coinvolto nell’hack – ora ha la possibilità di accaparrarsi un nuovo ricco cliente.
Kelp migra verso Chainlink (LINK): 1,6 miliardi di TVL da “rassicurare”
Dopo il lungo post di accuse contro LayerZero, il team di Kelp ha affermato che il prossimo passo, per migliorare la sicurezza cross-chain dei propri contratti, sarà quello di migrare verso il protocollo CCIP di Chainlink, con la transizione di rsETH dallo standard OFT al modello CCT.
Per Chainlink, che fino a oggi ha garantito il flusso di oltre 30 trilioni di dollari nell’ecosistema DeFi in completa sicurezza, questa non può che essere una splendida notizia. Al suo palmarès si aggiunge un altro top protocollo del settore, che presenta oltretutto un ampio TVL a supporto con oltre 1,6 miliardi di dollari in capitali bloccati.
La migrazione di Kelp permetterà potenzialmente a Chainlink di aumentare ulteriormente l’adozione della propria tecnologia cross-chain, già in forte espansione grazie all’aumento dei volumi CCIP del +260% in seguito all’incidente di metà aprile.
Chiaramente questo si traduce in potenziali revenue aggiuntive per il progetto del CEO Sergey Nazarov, e, in seconda battuta, in un possibile incremento della size dei buyback sul token LINK. Ricordiamo infatti che Chainlink utilizza parte dei propri ricavi per effettuare acquisti strategici della propria moneta. Non parliamo di volumi particolarmente significativi ai fini della price action, ma rappresenta comunque un segnale molto appetibile per gli investitori.
In totale fino ad oggi sono stati aggiunti alla riserva strategica del protocollo circa 34 milioni di dollari in token LINK, con un costo medio di carico di $12,7 per unità.

LINK a ridosso dei $10: possibile livello chiave per un impulso al rialzo
Grazie a questi ultimi sviluppi, LINK ne ha approfittato per andare a segnare un rally del 3,2% nelle ultime 24 ore, con i prezzi in prossimità della soglia psicologica dei $10. Per la criptovaluta rompere questo livello è molto importante ai fini della price action, in quanto rappresenta il massimo locale registrato durante gli ultimi 3 mesi di congestione.
In aggiunta, poco sopra i $10 si trova un’area particolarmente carica di liquidazioni, che, se battuta al rialzo, potrebbe innescare uno squeeze rialzista per le quotazioni. Per il momento, la spinta positiva di LINK sul grafico viene accompagnata da un’espansione dell’open interest e da una stabilizzazione del funding rate, tutti elementi che lasciano pensare a una prosecuzione del trend nelle prossime sessioni.

Oltretutto, riuscire a rompere la resistenza dei $10 e trasformare l’area in una zona di supporto, sarebbe fondamentale per LINK per riportare in condizioni di profittabilità gran parte della coorte dei propri holder. Ad oggi solo il 22% della supply di Chainlink si trova effettivamente in guadagno, ma la quota è la più alta mai registrata da metà gennaio in poi.
Ciò significa che durante gli ultimi mesi, tanti fedeli sostenitori del progetto ne hanno approfittato per accumulare, costruendo una base da cui il prezzo di LINK potrà potenzialmente ripartire. Sarà un’opportunità o una trappola per i trader? Ce ne ha parlato proprio ieri Alessandro Lavarello, che ci aiuta a fare mente locale sulla situazione grafica in corso.
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