Il Clarity Act ha superato indenne la Commissione Banking del Senato degli Stati Uniti. Una votazione bipartisan (due dem hanno votato insieme alla maggioranza), che è di buon auspicio per la futura approvazione della legge. Tuttavia gli ostacoli non sono finiti. Ci sono minuzie che verranno probabilmente sistemate nel dibattito al Senato – e c’è un problema gigantesco che non sembrerebbe avere, almeno per ora, alcuna possibilità di risolversi da solo.
Quel problema si chiama famiglia Trump: gli affari presidenziali nel mondo crypto stanno offrendo un’enorme superficie d’attacco a chi non vuole il passaggio della legge in questione. Affari che non solo non si sono fermati, ma che non hanno alcuna intenzione di farlo.
Tutti gli affari del presidente
Il primo passaggio del Clarity Act è arrivato in un momento molto particolare. Il colpo di scena è stato tale da spingere le banche a inviare più di 8.000 lettere di protesta ai senatori.
Durante la stessa settimana del passaggio, Donald Trump ha dovuto rivelare oltre 3.000 operazioni di trading, alcune delle quali riguardano società del settore come Strategy, Coinbase, Marathon. Ma non è nulla: tra 3.000 operazioni averne qualcuna in società del settore è un errore veniale – e dopotutto forse il presidente non dovrebbe investire affatto, se il punto è quello di non mettere denaro su società che possono essere condizionate, nel bene e nel male, da sue decisioni.
Il problema, come dovrebbe essere noto ai nostri lettori, è in realtà più ampio. La famiglia Trump non solo ha lanciato due meme token, nello specifico $TRUMP e $MELANIA, ma ha anche importanti investimenti in WLFI, nonché in American Bitcoin, che si occupa di mining, e i figli di Trump sono coinvolti anche in Metaplanet, società che imita le strategie di Strategy, ma nella borsa giapponese.
Affari che secondo ricostruzioni di Reuters avrebbero fruttato quasi 2 miliardi di dollari, una torta troppo golosa e le cui infinite fette continueranno a tormentare i sonni della famiglia presidenziale.
I democratici hanno chiesto più volte di introdurre una sorta di codice etico che impedisse ai membri del governo di investire in crypto almeno per la durata del loro servizio. Gli è stato risposto che la proibizione per l’insider trading e per altri tipi di attività dovrebbe arrivare da altre leggi. Dalle altre leggi però – è evidente dai più di 3.000 trade di Trump – non è arrivato un bel nulla e con ogni probabilità la cosa tornerà a essere motivo di attrito tra le parti.
In Senato serviranno 60 voti su 100. Il che vuol dire che almeno 7 dem dovranno votare insieme ai repubblicani. Che sia possibile o meno, lo scopriremo soltanto tra qualche settimana. Certo è che Trump dovesse confermarsi inamovibile sulla sua libertà di investire…
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