Gli ultimi 30 giorni di contrattazioni sono stati i peggiori di sempre per gli ETF Bitcoin. La peggiore finestra da quando, l’undici gennaio 2024, questi prodotti hanno iniziato a essere scambiati al NYSE e al Nasdaq. In 30 sessioni di trading hanno abbandonato gli ETF capitali per 6,35 miliardi di dollari, secondo una recente ricerca pubblicata da Galaxy Research, divisione interna della società che si occupa di investimenti crypto.
A questo si aggiunge un altro dato. La difficulty di Bitcoin, ovvero la difficoltà che si auto-aggiusta per mantenere il tempo di mining di un singolo blocco sempre vicino ai 10 minuti, ha perso il 20% dai massimi più recenti. Anche qui, un segnale che non si vede di frequente e che secondo quanto riporta Galaxy non si presentava dal 2021, quando la Cina dichiarò il più credibile dei suoi ban contro Bitcoin e il mining.
Un doppio fattore che descrive un periodo di difficoltà
Sono due numeri molto diversi tra loro. Da un lato infatti abbiamo gli ETF su Bitcoin. Prodotti che hanno avuto grande fortuna sin dal loro lancio ma che nel secondo trimestre del 2026 hanno avuto una performance pessima, anche rispetto alle crisi precedenti.
Gli ETF su Bitcoin hanno fissato un record in termini di outflow sui 30 giorni a 6,35 miliardi di dollari negli ultimi 30 giorni (il più alto per ogni finestra da 30d esistente)
Il numero è importante e segnala una crisi per l’esposizione Bitcoin tramite gli strumenti disponibili in borsa. L’accelerazione dei disimpegni è avvenuta in larga parte tra la metà di maggio e oggi, con poche giornate a interrompere il trend.
Sarà interessante, una volta che saranno disponibili i 13F dei principali fondi hedge e dei market maker, vedere chi ha scaricato di più e con cosa ha eventualmente sostituito $BTC in portafoglio.
Il nostro sospetto è che però si tratti anche di manovre di inventario: chi fa da market maker o compra gli ETF per incapsularli in altri prodotti, ha probabilmente ridotto progressivamente l’esposizione anche in virtù di volumi generalmente bassi.

Male anche il mining
Ne avevamo già parlato qui in occasione della più recente riduzione. Dai massimi più recenti, il mining ha perso circa il 20% dell’hashrate (che possiamo ricavare appunto dalla difficulty, anche se in modo poco preciso).
Qui però siamo probabilmente in un contesto che dipende in larga parte dal prezzo. Se il prezzo di Bitcoin perde dai massimi il 50%, è più che normale che una parte di macchine non sia più conveniente da tenere accesa.
Giova anche ricordare ai nostri lettori che cresce la domanda di energia e di spazio nei datacenter (anche e soprattutto quelli che si occupano di mining Bitcoin da parte di chi si occupa di intelligenza artificiale.
Siamo alla fine?
Il fatto che con queste difficoltà Bitcoin sia rimasto comunque sopra i 60.000$ è probabilmente occasione di ottimismo. I cicli ribassisti, di calo dell’interesse e anche sul breve dell’hashrate ci sono sempre stati.
E benché siano stati sempre considerati definitivi, sono stati poi dimenticati una volta arrivato il rialzo dei prezzi. Sono dati importanti, lo confermiamo, ma che non dovrebbero essere presi appunto come definitivi.
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