Gli appassionati di Bitcoin continuano a rispondere stizziti alle accuse che la vecchia guardia del mondo economico continua a muovergli. Non ha valore intrinseco, il suo prezzo è frutto di mera speculazione, non ha alcuna utilità. Con due problemi: il primo è che tali accuse sono in parte vere, il secondo è che abbiamo la memoria troppo corta.
E con un problema anche per chi ha dedicato parte della propria vita a contestare l’esistenza, l’utilità, la bontà di Bitcoin: le stesse identiche critiche vengono mosse all’asset per eccellenza, all’asset che le banche centrali accumulano in quantità sempre maggiori, all’asset che evidentemente ritengono l’unico o quasi in grado di resistere allo sfacelo monetario. Quell’asset è l’oro – e per decenni ha dovuto sorbirsi gli stessi insulti indirizzati a Bitcoin.
La bolla che dura da 6.000 anni
Bitcoin ha dato una grossa mano all’oro. Da quando esiste – e di più da quando è diventato un asset che si può comprare più o meno ovunque – ha fatto da scudo all’oro. È diventato il nuovo bersaglio preferito di quelli del valore intrinseco, di quelli che gli asset senza cash flow non servono a nulla, di quelli che ridevano dei cosiddetti goldbug.
Il weekend è il momento ideale per tirare fuori qualche vecchio articolo, di quelli passati alla storia e di quelli che in tanti non hanno mai avuto occasione di leggere.
Oro – una bolla che dura da seimila anni è un famoso articolo pubblicato su Financial Times e firmato da Willem Buiter, economista di una certa fama. Si può ancora recuperare qui e – cosa ancora più curiosa, è stato pubblicato quando Bitcoin non aveva ancora un anno.
Le accuse sono tante, circostanziate, ragionate, probabilmente corrette.
L’oro è diverso da qualunque altra materia prima. È costoso da estrarre e da raffinare. È costoso da conservare. Non ha utilizzi per produrre beni – esistono alternative equivalenti o superiori per ogni suo utilizzo industriale.
E poi:
L’ho sempre considerato un metallo piuttosto volgare, nato per la folla della Febbre del Sabato Sera, luccicante e pacchiano, in opposizione all’argento, che è più di classe. De gustibus…
Al netto delle battute, pur divertenti, di Willem Buiter, la questione è un’altra. L’oro ha valore – ricorda l’economista – soltanto perché le persone pensano che abbia valore.
Estrarre l’oro danneggia l’ambiente, soprattutto se l’estrazione avviene a cielo aperto. Ci sono altri rischi ambientali nella raffinazione.
Primo parallelo involontario con Bitcoin, il cui mining – che consuma enormi quantità di energia elettrica – è da sempre bersaglio degli ambientalisti, o di quelli che si travestono da preoccupati per l’ambiente al solo scopo di attaccarlo.
L’oro è una commodity fiat, come il dollaro, l’euro, la sterlina e lo yen, che sono fiat di carta. La maggiore differenza tra loro è che l’oro è molto costoso da produrre, mentre il denaro fiat ha costi marginali molto bassi.
Perché? Perché chiaramente anche l’oro ha valore perché tutti credono che ne abbia. Come, ancora una volta, Bitcoin. Non produce cash flow, e dunque l’unico modo per apprezzarne il valore è specularci sopra, ovvero credere che ci sia qualcuno disposto a ricomprarlo in futuro a prezzi più alti.
Sono passati quasi 20 anni da quell’articolo. La bolla dell’oro è arrivata ancora più in alto, le banche centrali hanno deciso di tornare ad accumularlo, perché di quella paper fiat vogliono sentire parlare sempre di meno. Con buona pace di chi se la prendeva con l’oro e dunque anche con Bitcoin.
Il punto che si ignora, in queste circostanze e in questo tipo di attacchi, è che un database monetario, la registrazione di chi ha cosa, è maggiormente utile se non esistono autorità che possono metterci le mani e truccare i conti. In periodi assai bui per l’affidabilità di certe autorità pubbliche, è difficile rimanere sorpresi dalla maggiore attrattiva dell’oro – e di conseguenza, anche di Bitcoin.
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