Altro reato, altra occasione per gettare fango su Bitcoin. Da ricostruzioni fatte circolare da diversi dei principali giornali italiani, un gruppo avrebbe venduto banconote false di diversi tagli tramite Telegram. Neanche a dirlo, si sarebbero fatti pagare in Bitcoin. Sono 12 a essere finiti in custodia cautelare, anche se non si è capito ancora come si siano fatti pagare, perché proprio in Bitcoin e come questo sia in qualche modo una sorta di concorso del mondo crypto con i falsari.
Il tutto è condito da un curioso contrappasso: Bitcoin, che non si può falsificare perché blindato dalla matematica, utilizzato eventualmente per pagare denaro che si può contraffare con una certa semplicità.
Cos’è successo, dove e perché?
L’operazione Domino ha sgominato una banda di almeno 12 persone dedite alla vendita di banconote false. L’indagine è stata coordinata dalla Procura di Napoli e durante la stessa sarebbe emerso il pagamento, per le banconote contraffatte, in Bitcoin. Altri giornali riportano invece il più generico criptovalute, senza che sia chiaro cosa sia successo davvero.
Bitcoin finisce però in tutti i titoli, come se fosse una sorta di correo, colpevole di essere stato scelto da criminali che poi, comunque, sono stati assicurati alla giustizia.
Si potrà obiettare che farsi pagare in Bitcoin è facile, non richiede identificazione e dunque è immediatamente canale per certi loschi traffici.
Si dovrà rispondere però che centinaia di milioni di euro delle – facciamo un esempio – truffe romantiche – vengono trasferiti via bonifico bancario senza che qualcuno sogni di tirare in ballo le banche, che pur avrebbero ben altri obblighi di identificazione.
Almeno due dei membri della banda sarebbero stati identificati per smargiassate su social network e piattaforme di gioco online e sarebbe stato per loro incriminante l’utilizzo degli stessi nickname anche su altre piattaforme.
Né Telegram – spesso oggetto degli strali della stampa tradizionale – né Bitcoin sembrano dunque averli salvati.
Un argomento contro il KYC
Vorremmo in realtà capovolgere la questione e sottolineare come l’utilizzo di Bitcoin – che non obbliga l’identificazione dei partecipanti al network – non abbia aiutato granché i criminali.
Al contrario, secondo quanto è stato riportato da Napoli Today – le forze dell’ordine avrebbero tracciato gli spostamenti da più di 400 wallet. Spostamenti che sono tracciabili e comunque a disposizione degli investigatori proprio perché la blockchain di Bitcoin è pubblicamente osservabile.
Evidentemente si può vivere anche in un mondo dove le norme KYC non sono stringenti come quelle attuali, pur riuscendo ad acciuffare i criminali.
Ad ogni modo, per essere una banda di 12 (e in complesso di 61 persone indagate), i ricavi sembrano essere stati piuttosto miseri. Per ora sarebbero stati osservati su rete Bitcoin circa 500.000€ di volumi e sarebbero stati sequestrati, tra strumenti informatici, cash e beni immobili 563.000€.
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