L’oro sta vivendo un 2026 da montagne russe, come poche volte nella sua storia recente. Il metallo giallo ha toccato il suo ATH a inizio anno a 5.626 dollari l’oncia oltre ogni previsione. Poi è partita una lunga discesa, capace nuovamente di sorprendere. Diversi investitori retail restano oggi spiazzati, convinti che il bene rifugio per eccellenza dovesse proteggere durante la crisi USA-Iran.
Oro e metalli preziosi al ribasso
L’oro quota 4.018,8 dollari e segna un -2,31% su base settimanale. Il ribasso investe l’intero comparto dei preziosi e non riguarda soltanto il metallo giallo. Da inizio 2026 l’oro cede il -7,40%, mentre l’argento sprofonda del -21,22% e del 53% rispetto all’ATH di 120,79 dollari toccato a gennaio.

Il platino perde il -22,11% e il palladio arretra addirittura del -24,73% nello stesso periodo. L’argento sconta la maggiore sensibilità alla propensione al rischio degli operatori, tipica del profilo industriale, anche se per molti resta erroneamente, nell’immaginario collettivo, di bene rifugio.
La svolta della Federal Reserve
Ancora una volta il vero motore del ribasso arriva dal cambio di rotta della Federal Reserve americana. A gennaio il mercato attendeva tagli dei tassi nel corso del 2026, con ampio consenso. Oggi gli operatori prezzano invece almeno un rialzo entro fine anno, ribaltando lo scenario precedente. Il tasso ufficiale resta fermo al 3,75%, un livello storicamente lontano da una fase davvero restrittiva. L’oro non paga cedole e soffre quando il denaro torna a offrire rendimenti competitivi e Bitcoin e crypto condividono questa sofferenza.
Il peso dei tassi reali

La variabile decisiva resta il tasso reale, cioè la distanza tra costo del denaro e inflazione. L’inflazione americana scende al 3,5% e registra un netto -16,67% rispetto alla rilevazione precedente. Con il tasso al 3,75% e i prezzi al 3,5%, il differenziale reale vale circa +0,25%. Il dato appare sottile, però segna il primo territorio positivo dopo anni di rendimenti reali compressi. Un differenziale reale in allargamento toglie forza all’oro e ne aumenta il costo-opportunità.
Oro e Bitcoin: una correlazione instabile

Il paragone tra oro e Bitcoin resta frequente benché lo status di rifugio della crypto appaia discutibile. I due condividono in realtà un solo tratto rilevante, ovvero l’assenza totale di cedole. Proprio la mancanza di rendimento periodico rende sensato il paragone in correlazione. Da inizio 2021 l’oro guadagna il +118,96%, mentre Bitcoin si ferma al +69,45% complessivo. Il coefficiente di correlazione vale oggi 0,37. Il ritorno in positivo segnala che ricominciano a muoversi nella stessa direzione. Un allentamento dei tassi reali potrebbe riportarli al rialzo insieme, con Bitcoin a guidare il recupero.
Perché il rifugio non ha protetto
Molti investitori si aspettavano un oro in rialzo, sostenuto dalle guerre e dalle tensioni internazionali. Il risultato è arrivato al contrario, con molti deflussi dai fondi ETF sull’oro che hanno amplificato la pressione ribassista degli ultimi mesi. Stessa dinamica di deflussi ETF Spot che sta vivendo Bitcoin.
Cosa osservare adesso sull’oro
Sul grafico weekly abbiamo una panoramica dell’andamento dell’oro negli ultimi 12 mesi dove si coglie l’accelerazione rialzista iniziata nell’estate scorsa. Il trend si è svolto come una serie di swing che hanno portato all’ATH a 5.626 dollari.

Questo spike rialzista ha poi seguito una rapida fase di correzione e una nuova fase di rialzo. Da marzo è iniziata poi la discesa, che adesso si sta fermando da circa sei settimane attorno all’area dei 4.000 dollari, livello rotto già più volte.
Il primo supporto rilevante adesso passa in area 3.875 dollari. A scalare, abbiamo poi l’area dei 3.650 dollari e il supporto principale dei 3.350 dollari. Questo è una linea Maginot, da valutare se a livello ciclico ci sarà una correzione nella finestra di metà settembre.
Fed e il prossimo dato sull’inflazione peseranno molto sulla tenuta della soglia psicologica dei 4.000 dollari. Finché il differenziale reale resta positivo, l’oro rimarrà sulla difensiva anche con la Fed al 3,75%.
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