Tra venti giorni, l’11 giugno, BCE dovrà decidere sui tassi di interesse. Nessuno però è sicuro di niente: mentre i falchi pressano per un rialzo subito, c’è chi invita ad affrontare la questione con maggiore cautela. Ultimo, in ordine di apparizione, è Olli Rehn, governatore della banca centrale finlandese. Ci sono ancora poche prove, dice, del fatto che l’inflazione di queste ultime settimane possa diventare strutturale.
Le aspettative di inflazione sul medio e lungo periodo, afferma Rehn, sono le stesse del periodo antecedente la guerra tra Iran e USA. E questo dovrebbe spingere a maggiore cautela nel decidere per rialzi dei tassi già in giugno. Di fretta di intervenire, per intenderci, ce ne sarebbe poca, almeno secondo l’interpretazione del governatore della Banca Centrale Finlandese.
Nessuna deviazione significativa
Se guardi all’inflazione, ci sono delle “vibrazioni” sulle aspettative di inflazione sul breve periodo, ma non c’è alcuna deviazione significativa sulle aspettative di inflazione di medio e lungo periodo.
Questo è quanto ha affermato Rehn, per un’idea che in realtà poggia su solide basi. L’inflazione che si sta registrando è dovuta in larga parte al blocco dello Stretto di Hormuz e dagli effetti a cascata sul mercato del greggio e del gas. Un evento esogeno, che non è detto che trasformi rialzi dei prezzi momentanei in rialzi dei prezzi strutturali. E soltanto in questo secondo caso, secondo Rehn e altri, sarebbe necessario operare subito al rialzo sui tassi di interesse di riferimento.
- Non saranno i mercati a decidereRehn ha inoltre affrontato la questione delle aspettative dei mercati, che prezzano già uno o due rialzi dei tassi di interesse di riferimento per il 2026 – in Europa.
Le forze di mercato hanno prezzato dei rialzi dei tassi, ma le nostre decisioni di politica monetaria non sono dettate dalle forze di mercato. Prendiamo le nostre decisioni in modo indipendente.
Anche qui un metaforico schiaffo ai falchi di BCE che vorrebbero un rialzo subito a giugno e poi almeno un altro entro la fine dell’anno.
La questione è anche politica
La questione è anche politica, perché diversi paesi, in particolare quelli con una situazione debitoria più complicata, non sarebbero ovviamente d’accordo con un rialzo dei tassi e preferirebbero dover affrontare un’inflazione più alta rispetto alle maggiori difficoltà nel rifinanziare il debito.
Dall’altro c’è l’integerrima reputazione che altri Paesi devono difendere a tutti i costi. Come dicono i più anziani, ci vuole una vita per costruirsi una reputazione e bastano pochi minuti per distruggerla.
C’è da aggiungere che la posizione di Rehn va considerata anche alla luce della sua posizione da colomba all’interno di BCE. È tra i più aperti a una politica monetaria più accomodante insieme a Panetta (Italia), Cipollone (Board, Italia) e Stournaras (Grecia).
Intanto voci di corridoio riportate da Reuters parlano di rialzi a giugno ormai quasi scontati, per quanto vi sia chiaramente opposizione.
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