Perché anche chi conosce le crypto ci casca: la psicologia sociale delle truffe
Dopo l’attacco a Bitget e il caso dei dati dei clienti Revolut, i truffatori hanno materiale fresco per costruire storie credibili. La psicologia sociale spiega perché può cascarci anche chi conosce bene le crypto e, soprattutto, come accorgersene prima.
21:17 • Pubblicato 28/09/2026
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In collab. con Michele Savaiano – Immagina un messaggio di martedì sera. Chi scrive conosce il tuo nome, sa su quale exchange tieni i fondi e cita persino un movimento recente del tuo conto. Ti avverte che qualcosa non va e ti propone di spostare tutto su un wallet “protetto”, prima che sia troppo tardi.
Hai letto decine di articoli sulle truffe. Conosci il phishing. Sai cosa sono un wallet, una seed phrase e un exchange. Eppure esiti.
È proprio in quell’esitazione che comincia la parte interessante. Perché conoscere le criptovalute non significa essere immuni dai meccanismi dell’influenza sociale. Il truffatore non deve necessariamente convincerti che una cosa falsa sia vera. A volte gli basta modificare la situazione nella quale devi prendere una decisione: creare urgenza, mostrarti persone che sembrano fidarsi, presentarsi come un’autorità, sfruttare una relazione o ricordarti quanto hai già investito.
Non attacca soltanto il tuo wallet. Attacca il modo in cui interpreti ciò che sta accadendo.
Una settimana che sembra un manuale di psicologia sociale
Il contesto aiuta a capire il rischio. Il 24 settembre Bitget ha comunicato di aver rilevato trasferimenti non autorizzati da alcuni hot wallet, sospendendo temporaneamente i prelievi mentre venivano avviate le procedure di sicurezza e recupero: la cifra definitiva comunicata dall’exchange è di circa 387,5 milioni di dollari. Circle e Tether sono inoltre intervenute congelando circa 318 mila dollari in stablecoin riconducibili all’attaccante.
Pochi giorni prima era emerso un altro caso, completamente diverso ma interessante per un motivo preciso: i dati personali. Una casella PEC riferibile alla Prefettura di Reggio Calabria sarebbe stata compromessa e utilizzata per inviare richieste fraudolente a Revolut. La vicenda ha coinvolto i dati di 680 clienti, otto dei quali italiani. Tra le informazioni trasmesse, secondo quanto ricostruito dalla stampa, figuravano anche documenti identificativi, IBAN, selfie utilizzati per la verifica e cronologia delle transazioni.
Due episodi differenti, ma con una possibile conseguenza comune. Quando una persona sa che nel settore si è appena verificato un attacco, una telefonata del “servizio sicurezza” diventa improvvisamente più credibile. E se chi chiama possiede anche informazioni personali reali, il confine tra ciò che sappiamo e ciò che sembra plausibile può diventare molto sottile.
È qui che entra in gioco la psicologia sociale.
Negli esperimenti sul conformismo di Solomon Asch, negli anni Cinquanta, alcuni partecipanti arrivavano ad adeguarsi al giudizio manifestamente errato della maggioranza. Ma possiamo adeguarci agli altri per ragioni differenti: perché desideriamo essere accettati dal gruppo, quella che viene definita influenza normativa, oppure perché utilizziamo il comportamento degli altri come informazione per comprendere una situazione incerta, influenza informativa.
Nelle truffe crypto le due cose possono incontrarsi. Entri in un gruppo Telegram e decine di utenti pubblicano screenshot di guadagni, ringraziano il “mentore”, raccontano di aver appena prelevato 5.000 euro. Qualcuno scrive che investirà ancora. A quel punto può insinuarsi un pensiero molto semplice: se tutti stanno guadagnando, forse sono io che non ho capito l’occasione. Peccato che quei cento utenti possano essere cento account controllati dalle stesse tre persone.
La domanda, allora, cambia: posso verificare indipendentemente che anche una sola di queste persone sia realmente chi dice di essere?
Poi c’è l’autorità. Gli esperimenti di Stanley Milgram mostrarono quanto il comportamento possa essere influenzato dalla presenza di un’autorità percepita come legittima. Il truffatore non ha bisogno di essere un’autorità. Gli basta sembrarlo. Un logo, un numero telefonico contraffatto, un linguaggio tecnico, una mail costruita bene, un video deepfake di un imprenditore famoso. Oppure qualcuno che dice di chiamare dalla banca, dalla Consob o dal servizio sicurezza dell’exchange.
Dopo la notizia di un attacco il copione diventa ancora più credibile: “Stiamo contattando i clienti per mettere al sicuro i fondi”. Il contesto reale fornisce alla storia falsa un pezzo di verità. Ed è proprio lì che bisognerebbe interrompere il copione e chiedersi: ho contattato io quell’ente utilizzando un recapito ufficiale che ho cercato personalmente?
Anche l’urgenza ha una funzione precisa. “Ultimi posti”, “prevendita in chiusura”, “solo per i primi cento investitori”, “il suo conto verrà bloccato entro 24 ore”. La fretta riduce il tempo disponibile per verificare, confrontare alternative e correggere una prima impressione. Il pensiero controllato richiede tempo e risorse cognitive. Il truffatore, invece, vuole una decisione adesso. Non domani mattina, dopo aver chiamato la banca. Adesso.
Per questo una domanda apparentemente banale può diventare una difesa: cosa perdo realmente se aspetto ventiquattro ore e verifico?
C’è poi un meccanismo più graduale. Nel 1966 Jonathan Freedman e Scott Fraser mostrarono che accettare una piccola richiesta può aumentare la disponibilità ad accettarne successivamente una più impegnativa. Nelle truffe d’investimento versi magari 200 euro. La piattaforma te ne mostra 260. Provi a prelevarne 50 e il prelievo funziona davvero. Ti fidi. Ne versi 2.000, poi 10.000.
A quel punto tornare indietro diventa psicologicamente più difficile. Hai investito denaro, tempo e fiducia. Ammettere che quei soldi potrebbero essere perduti significa anche rimettere in discussione la decisione iniziale. Quando arrivano altri 3.000 euro da pagare per “sbloccare il conto”, versare “le tasse” o completare una fantomatica verifica antiriciclaggio, non stai più decidendo da zero. Hai già una storia da difendere.
La domanda più utile diventa allora: se scoprissi questa piattaforma oggi, senza averle già versato un euro, le affiderei questa somma?
Ma una truffa può entrare anche attraverso l’appartenenza. Tajfel e Turner hanno mostrato quanto i gruppi contribuiscano alla costruzione della nostra identità sociale e al modo in cui distinguiamo tra “noi” e “loro”. Ed è proprio quel noi che può trasformarsi in una leva.
La proposta non arriva necessariamente da uno sconosciuto. Può arrivare dal membro storico della community, dal collega, dal connazionale che vive all’estero, dalla persona che condivide la tua stessa passione. È la logica dell’affinity fraud: il legame di appartenenza diventa una scorciatoia per la fiducia. È uno di noi, pensiamo. Ma appartenere allo stesso gruppo non rende automaticamente affidabile un investimento.
Anche qui basta cambiare prospettiva: valuterei questa stessa proposta nello stesso modo se me la facesse uno sconosciuto?
E poi c’è forse la forma più insidiosa, perché prima dei soldi costruisce una relazione. Messaggi quotidiani, confidenze, attenzione, interesse. Settimane, qualche volta mesi. Non sembra esserci fretta. Ed è proprio questo il punto.
Nel cosiddetto pig butchering il rapporto viene coltivato nel tempo. Solo dopo compare, quasi incidentalmente, l’investimento: una piattaforma sulla quale “lui” o “lei” investe da anni, magari con risultati apparentemente straordinari. La richiesta economica arriva quando la relazione ha già prodotto fiducia. A quel punto verificare l’investimento significa anche mettere in discussione la persona.
E psicologicamente non sono più la stessa cosa.
La truffa può continuare anche dopo la truffa
Chi ha già perso denaro può diventare il bersaglio ideale di una seconda frode. Arriva lo “studio legale”, l’“hacker etico”, la società specializzata nel recupero di criptovalute. Qualcuno conosce persino l’importo perso e promette di recuperarlo. Serve soltanto un anticipo.
Questa volta la vulnerabilità non nasce dalla speranza di guadagnare, ma dal bisogno di rimediare a una perdita. Ed è proprio perché la vittima vuole tornare alla situazione precedente che può essere disposta a rischiare ancora.
Per questo, prima di trasferire denaro, conviene spezzare la situazione che qualcun altro ha costruito intorno a noi. Verificare autonomamente chi offre il servizio, controllare l’operatore nei registri previsti da MiCAR e nel registro ESMA, consultare gli avvisi Consob. Se qualcuno telefona dicendo di essere la banca, chiudere la conversazione e richiamare personalmente utilizzando il numero ufficiale. Se pretende una decisione immediata, introdurre deliberatamente tempo.
Ventiquattro ore possono bastare per fare qualcosa che al truffatore non conviene affatto: pensare fuori dalla situazione che ha costruito per noi.
Informarsi aiuta. Ma imparare a dubitare aiuta di più
Conoscere questi meccanismi non rende immuni. Ed è forse questo il punto più importante.
Essere esperti di criptovalute significa conoscere blockchain, wallet, protocolli, mercati e piattaforme. Non significa automaticamente riconoscere ciò che accade a noi stessi quando entrano in gioco autorità, appartenenza, reciprocità, pressione del gruppo o urgenza.
Per questo anche una persona competente può cadere in una truffa. Non perché improvvisamente diventi ingenua, ma perché sta prendendo una decisione dentro una situazione costruita appositamente per orientarla.
Prima di fidarsi di una notizia o di un consiglio finanziario, allora, forse bisogna cambiare domanda. Non soltanto chi lo ha pubblicato?, ma: qual è la fonte primaria? Posso verificarla? Altre fonti indipendenti la confermano? Sono distinti fatti, ipotesi e opinioni? Chi pubblica corregge pubblicamente gli errori?
Una testata registrata e una firma conosciuta possono aiutare a non cadere nei tranelli dei truffatori. L’autorevolezza, però, non dovrebbe sostituire la verifica. Dovrebbe renderla possibile.
Approfondimento curato da Michele Savaiano, giornalista pubblicista (Ordine dei Giornalisti del Lazio) e laureando in Psicologia sociale.
Giornalista finanziario
Primo articolo che salvo nell’account del sito, una faro sulla sicurezza da tenere sempre acceso
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