Wall Street registra nuovi record, ma sullo sfondo lo yen giapponese è tornato al centro delle tensioni sui mercati valutari, e non è un problema che riguarda solo Tokyo. Una valuta debole spinta ai minimi da quarant’anni minaccia l’intero sistema del carry trade, che finanzia mezzo mondo prendendo denaro a basso costo in yen. Il mercato cerca di valutare l’intervento congiunto Giappone – America, a sostegno dello yen di qualche giorno fa.
Gli Stati Uniti al fianco di Tokyo per lo yen
Tra il 30 luglio e il primo agosto le autorità giapponesi hanno comprato yen sul mercato per una cifra enorme, circa 86 miliardi di dollari in due sole sedute. Il grosso è arrivato nella prima giornata, con un intervento stimato in 8,45 trilioni di yen, il più grande mai fatto da Tokyo in un solo giorno. L’intervento si somma agli 11,73 trilioni di yen già spesi tra aprile e maggio, a conferma di una difesa costosa.

La novità è stata la partecipazione del Tesoro americano in modo diretto, vendendo persino euro per finanziare gli acquisti di yen. È la prima volta dal 2011 che Stati Uniti e Giappone agiscono insieme sul cambio. Il risultato immediato si è visto, con USDJPY sceso dai massimi di 164 verso 155 da dove adesso è in rimbalzo come si osserva dal grafico daily.
La trappola del debito che blocca la Bank of Japan
La debolezza dello yen ha una radice precisa, il differenziale di tassi, cioè la differenza tra quanto rende tenere dollari e quanto rende tenere yen. Finché il denaro giapponese frutta molto meno di quello americano, gli investitori lo vendono.
La Bank of Japan (BOJ) può correggere lo squilibrio alzando i tassi, ma in verità ha appena lasciato il costo del denaro fermo all’1,00%, e il motivo è strutturale. Il debito pubblico giapponese vale circa il 240% del prodotto interno lordo, quindi ogni rialzo dei tassi fa esplodere la spesa per gli interessi sul debito. La BOJ si trova stretta tra il difendere la valuta e il non far saltare i conti dello Stato, e per ora sceglie di non muovere i tassi.
Un equilibrio che regge, ma solo sulla minaccia
Per ora l’operazione salvataggio tiene, e il cambio USDJPY è risalito verso 157,528, conservando gran parte del recupero delle ultime sedute. Ma tiene per un motivo fragile, la credibilità della coppia Stati Uniti-Giappone e la minaccia esplicita di nuovi interventi, non un cambio reale delle condizioni economiche né tanto meno del sentiment del mercato.
Chi scommetteva sulla discesa dello yen ha ridotto le posizioni per paura di trovarsi contro due tesorerie che comprano insieme, eppure quelle scommesse ribassiste restano vicine ai massimi storici. Il rischio concreto è che, appena il mercato smette di temere il prossimo colpo o mette alla prova la determinazione delle autorità, lo yen ricominci a scivolare.
Le onde su dollaro ed euro
Lo scossone sullo yen ha colpito anche il dollaro americano accerchiato da due lati nello stesso momento. La Federal Reserve la settimana scorsa ha lasciato i tassi fermi mentre gli acquisti di yen equivalgono a vendite di dollari.

Su questa doppia spinta il cambio EURUSD è risalito fino a 1,15315. Il movimento è stato legato alla presunta vendita di euro da parte americana, servita a comprare yen. Allo stato attuale il cambio è in una terra di nessuno, tra la resistenza a 1,1640 e il supporto da cui ha già reagito a 1,1378.
Sul tema ha parlato con il nostro giornale oggi André Dragosch, di Bitwise, che si è detto scettico della capacità delle manovre congiunte di arrestare il degradamento della situazione.
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