I tassi di interesse restano il market mover dei mercati nelle prossime settimane, insieme al petrolio. L’inflazione americana di luglio è uscita ieri in linea con le attese, mentre l’indice dei prezzi alla produzione di oggi lo è stato meno. La Federal Reserve non discute più di tagli, da qualche mese, ma di un possibile rialzo, e sullo sfondo la parte lunga della curva si è scollegata dalla politica monetaria. Vediamo cosa dicono davvero i rendimenti nei prossimi giorni.
Inflazione e tassi di interesse Fed, i market mover
L’indice dei prezzi al consumo (CPI) diffuso dal Bureau of Labor Statistics (BLS) è salito dello 0,1% sul mese e del 3,4% annuo, in calo dal 3,5% di giugno. La componente core, cioè al netto di cibo ed energia, le voci più volatili, ha fatto +0,2% sul mese e +2,5% annuo, anch’essa giù di un decimo. Tutte letture centrate sul consenso degli economisti.
Tuttavia, l’energia resta l’elemento più caldo, a +14,7% su base annua, a causa del prezzo del petrolio e del perdurare delle tensioni USA-Iran. Anche il PPI, cioè i prezzi all’ingrosso usciti oggi, conferma il quadro. Il dato complessivo resta fermo, ma la componente di fondo continua a salire, dello 0,4%.

Il rientro dell’inflazione c’è, ma restiamo ben sopra l’obiettivo del 2% della banca centrale. Siamo in un contesto di disinflazione lenta, pertanto nessun allarme è ancora rientrato.
Perché il dato conta per la Fed
È ormai da alcuni mesi che la Fed ragiona su una stretta, non su un taglio come si ipotizzava a inizio 2026. Lo strumento FedWatch del CME, che ricava dai futures le probabilità di mosse sui Fed funds fermi tra il 3,50% e il 3,75%, per la riunione del 16 settembre prezza il 63,6% di tasso invariato. Mentre assegna il 36,4% di possibilità di rialzo da 25 punti base. Invece la probabilità di un taglio è pari a zero.
Nelle ultime settimane c’è stato un altro ribaltone sulle previsioni. A metà luglio il mercato assegnava circa tre quarti di probabilità a un rialzo, mentre oggi la maggioranza vede la Fed ferma. I payroll deboli di inizio agosto e il CPI in linea di ieri hanno svuotato quel premio sulla stretta.
La reazione dei rendimenti sui Treasury

Sui Titoli di Stato americani il movimento è al momento contenuto in frazioni di punti base. A scendere di più è il biennale (US2Y), con il rendimento più legato alle mosse della Fed, sconta per primo il calo delle probabilità di rialzo. Attualmente il rendimento del 2 anni è sceso al 4,176%. Il decennale (US10Y), riferimento per mutui e prestiti, si è fermato invece al 4,672%, mentre il trentennale (US30Y) al 5,236% è poco sotto ai massimi.
Il trentennale ai massimi preoccupa

Ed eccoci al cuore della vicenda, nel grafico qui sopra, dove abbiamo sovrapposto l’US30Y al tasso ufficiale della Federal Reserve. Come mostra la linea blu, da metà 2024 a oggi il costo del denaro è sceso dai massimi di area 5,33% fino al 3,63% attuale, un taglio di circa 170 punti base. Nello stesso periodo la linea verde del trentennale, invece di seguire, è salita fino al 5,236%, nuovo massimo dal 2007.
In passato accadeva l’opposto, perché nel 2007, con i Fed funds al 5,25%, il rendimento a trent’anni tendeva a stare sotto il tasso a breve. Oggi il mercato pretende invece un premio per immobilizzare il capitale per anni, e lo chiede per l’inflazione di fondo che non scende e per il debito pubblico americano.
Criptovaluta.it® Ultime Notizie Bitcoin e Crypto News | Criptovalute Oggi

