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Goldman Sachs si schiera a favore di Bitcoin e crypto: “Passi la legge, anche se ha problemi”

Schieramento a favore del Clarity Act a sorpresa per il CEO di Goldman Sachs.
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Non tutte le banche USA sono contrarie al passaggio del Clarity Act, il complesso di leggi che normerà il mercato crypto negli Stati Uniti. In mattinata è arrivata una dichiarazione di David Salomon, CEO di Goldman Sachs, che ha chiesto a gran voce l’approvazione del provvedimento, manifestando un parere contrario al grosso degli altri istituti, preoccupati dalla possibilità che gli exchange possano iniziare a offrire rendimenti legati ai depositi di stablecoin.

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Si tratta di un’esposizione di primo profilo: il peso politico e finanziario di Goldman Sachs è elevato – e la dichiarazione di David Salomon conferma inoltre che il fronte delle banche è meno unito di quanto si pensasse.

Non è perfetto, ma vada avanti

Il Clarity Act – come ogni legge – non è perfetto. E ci sono molte cose delle quali potremmo discutere. Credo però che una delle cose più importanti sia che crea un campo da gioco uguale per tutti, che migliorerà la stabilità dei mercati e consentirà loro di svilupparsi correttamente. Supporto l’avanzamento del Clarity Act, così da poter avere una legge sulla struttura dei mercati e iniziare a muovere l’innovazione.

Questo è quanto è stato raccolto da Politico, che ha contattato il CEO di Goldman Sachs poco dopo che, nella serata di ieri, è stato reso pubblico il testo redatto dai Repubblicani e che include delle importanti limitazioni per le attività presidenziali nel mondo crypto.

Le altre banche non sono sulla stessa linea. Passerà alla storia lo scontro – condito di insulti – tra Jamie Dimon di JPMorgan e Brian Armstrong di Coinbase, sia a Davos, sia più avanti a mezzo tv.

Le proposte però rimangono… irricevibili?

Ora il terreno dello scontro è quello del pacchetto etico che impone al presidente degli USA e agli altri membri del governo di astenersi dall’emissione di nuove criptovalute e dalla proposta delle stesse sul mercato. Trump vorrebbe i poteri di indagine in capo al Dipartimento di Giustizia, mentre i democratici preferirebbero affidarli alle procure di ogni stato. Entrambe le proposte sembrerebbero essere, in queste ore, irricevibili.

Nel frattempo è intervenuto sul tema anche Anthony Scaramucci – ex del clan Trump e poi diventato suo acerrimo contestatore – che ha affermato che se il testo dovesse arrivare in Senato, i voti si troveranno. I senatori più giovani non avrebbero infatti interesse a ostacolare il disegno di legge, con il rischio di ripercussioni importanti nei rapporti con l’elettorato.

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