BitMEX, BitMart e – a luglio – anche AscendEX. Tre nomi relativamente importanti del mondo crypto, tre exchange con un discreto numero di utenti, hanno deciso di chiudere i battenti. Non ricordiamo, da quando Criptovaluta.it® ha iniziato a informarvi tutto il giorno e tutti i giorni sul mondo crypto, notizie di questo tipo con questa frequenza. È più che legittimo chiedersi cosa stia succedendo a certi exchange, cosa stia succedendo in generale al mondo crypto e se sia o meno il caso di preoccuparsi.
C’è una convergenza di problemi, che colpisce in particolare gli exchange offshore di dimensioni non importanti. Dai volumi che, nel 2026, sono stati particolarmente bassi, all’arrivo di dex che hanno drenato clienti e volumi, passando anche per questioni di carattere… regolamentare. Prima di preoccuparsi dunque, meglio spendere qualche minuto per capire la situazione.
Il problema più grande: volumi ridotti da troppo tempo
Sappiamo che è più naturale guardare l’evoluzione del prezzo. Da ottobre a oggi il comparto crypto ha perso, in termini di capitalizzazione, circa il 50%. Non è però la vera avvisaglia della crisi.
La maggiore attenzione dedicata al mondo azionario (in particolare ai titoli del segmento AI), ha spostato i volumi, in particolare quelli dei retail, dal mondo crypto a quello appunto dei titoli tradizionali.
Una recente indagine di Citadel ha dimostrato che il 30% dei volumi globali è imputabile ai piccoli investitori, segnale che una parte di quei volumi arriva anche da chi prima si cimentava nel mondo… crypto.
Il modello di business degli exchange, in particolare se meno strutturati come quelli che abbiamo citato sopra e che hanno annunciato la loro chiusura, è semplice: arrivano gli utenti, fanno trading, pagano commissioni, le commissioni sono ricavi. Se non ci sono gli utenti e/o se non ci sono gli scambi, si prosciuga quella che è l’unica fonte di ricavi.

Il secondo problema: i pochi volumi presenti si stanno concentrando
C’è poi un’altra questione. I volumi rimasti si stanno concentrando su due macro-famiglie. La prima è quella degli exchange che ottengono licenze, che si strutturano sempre di più come broker, che hanno anche servizi aggiuntivi da offrire (carte, programmi earn, spesso e volentieri anche trading sulle azioni e su altri titoli TradFi).
In secondo luogo, il remunerativo (anche per gli exchange) mercato dei perpetual futures ha visto arrivare dex che spesso offrono condizioni interessanti, che non impongono il KYC e che più in generale piacciono di più di certe attività offshore.
L’ascesa di Hyperliquid è stato il caso più emblematico, ma di certo non l’unico.
Chiuderanno tutti?
Sappiamo che una parte del pubblico interessato alle crypto non ha il senso della misura come sua migliore caratteristica. Prima di trarre conclusioni affrettate, è il caso di rileggere tra le righe quanto abbiamo scritto poco sopra. Le difficoltà sono principalmente per gli exchange di piccole e medie dimensioni.
I grandi exchange – come quelli che sono stati elencati qui da Francesco Galella – sono invece in una botte quasi di ferro.
Hanno iniziato ad offrire anche servizi aggiuntivi, propongono azioni (tokenizzate e non), stanno virando verso modelli ibridi. E anche se il momento è quello che è (arriverà l’ennesima dimostrazione di quanto scriviamo dalle prossime trimestrali di $COIN Coinbase), non sono certamente in cattive acque.
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