La conferenza stampa di Kevin Warsh, a margine della non decisione di Federal Reserve sui tassi di interesse non ha tranquillizzato i mercati. Tassi fermi, decisione (forse) rinviata a settembre e bond vigilante – i più temuti supereroi dei mercati finanziari – che continuano a inviare messaggi poco edificanti alla nuova leadership della banca centrale più potente del mondo.
La preoccupazione che traspare da certi grafici è che – come segnalato anche da Bloomberg – Kevin Warsh non sarà in grado di tenere l’inflazione sotto controllo e non abbia in generale capacità, forza politica e volontà di intervenire con decisioni impopolari ma necessarie.
Tutto questo mentre altri, vedi Matthew Sigel di VanEck fa notare – correttamente – come la stampa sia estremamente più dura verso il nuovo presidente di Fed, almeno rispetto a quanto lo fosse invece nei confronti di Jerome Powell.
Rendimenti bond trentennali USA alle stelle
E mai così male – lo ripetiamo anche noi dato che fa scena – dalla crisi del credito del 2007. Nella giornata di ieri si sono toccati i 5,20% di rendimento sui mercati secondari, anche se in verità prima che arrivasse la non decisione di Fed sui tassi.

Si parla di credibilità dell’istituzione: aumentare i tassi dello 0,25% già durante la riunione di luglio avrebbe mandato un messaggio chiaro. Indipendenza, volontà di attaccare con tutte le forze possibili l’inflazione, medicina amara per una malattia che dura ormai da 63 mesi consecutivi (come ha ricordato lo stesso Warsh in conferenza stampa).

In realtà però non c’è stato nulla di tutto questo: non solo il FOMC ha deciso di mantenere i tassi invariati, ma anche Kevin Warsh è apparso come – almeno secondo una certa stampa – titubante. A domande molto precise e pungenti dei giornalisti presenti, ha risposto in modo vago sull’utilità dei tassi di interesse come strumento, ricorrendo più volte alla citazione di grandi questioni e grandi domande sulle quali tutti i membri del FOMC sarebbero d’accordo, senza però esplicitarle.
Data driven?
Tutti i nostri lettori si ricorderanno del mantra di Jerome Powell. Dopo aver preso una cantonata sulla durata dell’inflazione dovuta alla crisi COVID, per anni si è espresso facendo riferimento ai dati in arrivo e dicendo che quelli avrebbero guidato le future scelte di Federal Reserve.
Pur rigettando questa impostazione, almeno a parole, Kevin Warsh ha dato a diversi l’impressione di essere sulla stessa barca. Nessuna decisione per i primi due incontri che ha guidato in qualità di presidente, nessuna indicazione sul futuro.
Strano, perché…
Facciamo oggettivamente fatica a riconciliare due letture che tanno circolando, tra le altre cose, sugli stessi giornali. Da un lato in tanti hanno inteso Kevin Warsh come hawkish, ovvero aperto a un cammino di maggiori restrizioni in termini di politica monetaria. Dall’altro invece lo si accusa di non aver fatto abbastanza per rivendicare la sua credibilità.
Sono due tesi inconciliabili, che possono coesistere in un mondo dove anche gli angoli più remoti della stampa finanziaria assomigliano sempre di più alla propaganda di carattere politico.
Un’altra questione: quanto contano le elezioni?
Anche se in tanti lo hanno dimenticato, il predecessore di Warsh, Jerome Powell, intervenne con un taglio deciso dei tassi (0,50%) poco prima delle elezioni presidenziali, che poi videro comunque Donald Trump vincere.
Nessuno per ora sta accusando Kevin Warsh di giocare d’attesa proprio perché si voterà di nuovo, in novembre, per aggiornare il Congresso. Chissà se questo sospetto si aggiungerà alla lunga lista di colpe affibbiate a un presidente che, come ha ricordato, è a capo di Fed da sole 9 settimane.
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