Tassi Fed in salita, rendimenti in calo: solo il dollaro non si ferma
Rialzo Fed di 25 punti base. Rendimenti obbligazionari in USA e Europa in calo. Dollaro più forte e oro stabile dopo la stretta monetaria
Aggiornato 17/09/2026
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La Federal Reserve ha alzato ieri i tassi di 25 punti base, portando il costo del denaro nella forchetta tra il 3,75% e il 4%. Si tratta del primo rialzo dopo più di 3 anni e i mercati obbligazionari hanno reagito con compostezza, dando segnali positivi rispetto alla rotta della Fed. I rendimenti dei Treasury rientrano dai massimi mentre il dollaro paga il conto più pesante. Calo dei rendimenti anche per le obbligazioni europee.
I Treasury rientrano dai massimi dopo la stretta della Fed
Il mercato dei titoli di Stato americani sta digerendo la decisione con un ritracciamento ordinato su tutte le scadenze principali. Il rendimento del titolo a 2 anni (US2Y) arretra al 4,69% dopo avere toccato ieri il 4,73%, massimo dal luglio 2024. Il T-Note decennale scende al 4,97% dopo il picco oltre la soglia del 5%, mentre il trentennale (US30Y) si muove al 5,33% dal 5,35% della vigilia.

Lo spread tra 2 e 10 anni, cioè la differenza di rendimento tra le due scadenze, si comprime a circa 28 punti base. La lettura degli operatori è che il mercato conceda fiducia alla banca centrale senza però capitolare sulla parte lunga della curva. La mossa della Fed è quanto i cosiddetti “bond vigilantes” stavano chiedendo ormai da qualche mese.
Il dot plot segnala un altro rialzo entro dicembre
Le proiezioni pubblicate insieme alla decisione raccontano un Comitato compatto sulla direzione della politica monetaria. Il dot plot, ovvero il grafico che raccoglie le previsioni dei singoli membri sui tassi, vede 16 partecipanti su 18 stimare almeno un altro aumento entro dicembre. La mediana indica un tasso al 4,1% sia per il 2026 sia per il 2027. L’inflazione PCE, la misura dei prezzi preferita dalla banca centrale, è attesa al 3,7% quest’anno.
Goldman Sachs si aspetta ora il secondo gradino già alla riunione di ottobre, invertendo la previsione precedente sulla fine del ciclo. Il presidente Kevin Warsh ha dichiarato che l’inflazione è rimasta troppo alta per troppo tempo, chiudendo con un impegno secco sulla stabilità dei prezzi.
Anche i rendimenti europei in calo

Anche il mercato obbligazionario europeo oggi dà segnali di calo dopo settimane di salita dei rendimenti. Il decennale tedesco aveva toccato nei giorni scorsi i rendimenti più alti dal 2009 e ora ritraccia. Il BTP italiano si muove in area 4,4%, dopo una salita del 31,72% dai minimi di marzo. Lo spread tra BTP e Bund, cioè il differenziale che misura il rischio percepito sull’Italia, resta compresso tra 86 e 88 punti base. Ricordiamo che la BCE ha alzato a sua volta i tre tassi di riferimento di 25 punti base, con il tasso sui depositi al 2,50%.
Dal dollaro la reazione più forte

Il contraccolpo più violento si registra sul mercato valutario con il dollaro che si rafforza. Il cambio EUR/USD perde l’1,10% nella settimana e scivola in area 1,151 mentre il Dollar Index (DXY) cresce del +0,85% come si può osservare sul grafico weekly allegato. Il biglietto verde si riporta così sui massimi da 7 settimane contro le principali valute. La forza del dollaro riflette una banca centrale percepita più aggressiva e un’economia che sorprende in positivo. A livello tecnico ora il DXY sta rompendo la resistenza a 100,20 punti.
L’oro osserva senza muoversi

L’oro rappresenta al momento l’anomalia, con variazioni minime come si può osservare dal grafico. Il future sull’oro cede appena lo 0,50% al prezzo di 4.358$ l’oncia. Il calo weekly è del -1,20%. Da inizio 2026 la performance resta sostanzialmente piatta a +0,45%, dopo il massimo storico di gennaio e la lunga discesa estiva. I rendimenti reali, cioè i tassi al netto dell’inflazione, salgono insieme al dollaro e disegnano un contesto storicamente ostile per l’oro.
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